Fallimento: il creditore può recuperare l’Iva anche se l’attività è cessata

                   

    

30 MAG 2022 Il soggetto che ha chiuso l’attività e la partita IVA può presentare all’ufficio competente istanza di rimborso al fine di recuperare il credito rimasto insoluto, a condizione che dimostri di aver assolto tutti gli adempimenti di legge e di aver fatto concorrere a suo tempo l’IVA addebitata in rivalsa nella liquidazione periodica e annuale di riferimento (Agenzia delle Entrate – risposta 27 maggio 2022, n. 309).

Il caso di specie si riferisce ad una società che ha emesso nei confronti di un’altra società committente fatture per dei servizi di consulenza.

Nel 2013 il committente è fallito prima di saldare le suddette fatture e la società di consulenza ha chiesto l’ammissione del credito al passivo fallimentare; il curatore, accogliendo l’istanza, ha iscritto la somma richiesta tra i crediti chirografari.

La procedura concorsuale si è conclusa con il piano di riparto finale con perdita da parte della società di consulenza del proprio credito, cui ha fatto seguito il decreto di chiusura del fallimento.

Pur essendo stati soddisfatti tutti i presupposti per l’esercizio del diritto alla detrazione dell’IVA ai sensi dell’art. 26 co. 2, D.P.R. n. 633/1972, visto che la società di consulenza ha concorso alla procedura essendo stata ammessa allo stato passivo del fallimento, l’imposta per cui dovrebbe esercitare il recupero risulta da fatture regolarmente emesse e registrate ed è stata regolarmente versata all’Erario, il momento in cui sorge il presupposto dell’infruttuosità è, per il fallimento, 10 giorni dal deposito in cancelleria del piano di riparto, la società di consulenza avendo chiuso la partita IVA prima del deposito del piano di riparto, ha sostenuto di non poter materialmente emettere la nota credito, pur vantando il diritto alla restituzione dell’IVA, e di non poter presentare una dichiarazione integrativa a favore. Ciò premesso ha chiesto all’Agenzia delle Entrate di poter recuperare l’IVA non incassata mediante istanza di rimborso di cui all’art. 30- ter del decreto IVA.

Fatte tale premesse, va ribadito che la possibilità di ricorrere al rimborso deve essere riconosciuta laddove, ad esempio, il contribuente, per motivi a lui non imputabili, non sia legittimato ad emettere una nota di variazione in diminuzione ai sensi dell’articolo 26, D.P.R. n. 633/1972.

Nel caso di specie, le condizioni per emettere la nota di variazione si sono perfezionate con la scadenza del termine per le osservazioni al piano di riparto depositato dal curatore, coincidente con la chiusura dell’attività da parte della società di consulenza.

Nel presupposto, che siano stati assolti tutti gli adempimenti conseguenti alle operazioni attive e passive effettuate fino alla data di cessazione dell’attività, l’Agenzia non ha ravvisato motivi per ritenere illegittima la chiusura della partita IVA pur in pendenza di un fallimento dagli esiti incerti.

Pertanto, nel rispetto del principio di neutralità su cui si impernia l’intera disciplina dell’Imposta sul valore aggiunto, per effetto del quale deve essere garantito al contribuente il mezzo per recuperare l’imposta addebitata in rivalsa e non incassata, l’Agenzia ha chiarito che l’ipotesi di legittima cessazione dell’attività e chiusura della partita IVA in pendenza della procedura concorsuale, può essere ricondotta tra quelle ipotesi “residuali ed eccezionali” per cui sussistono condizioni oggettive, non imputabili ad una colpevole inerzia del contribuente, che non consentono di esperire il rimedio di ordine generale (nel caso di specie, l’emissione di una nota di variazione in diminuzione). Pertanto, può essere presentata all’ufficio competente apposita istanza di rimborso, di cui all’articolo 30- ter del decreto IVA al fine di recuperare il credito rimasto insoluto, previa dimostrazione di aver assolto correttamente tutti gli adempimenti di legge e di aver fatto concorrere a suo tempo l’IVA addebitata in rivalsa nella liquidazione periodica e annuale di riferimento.

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